Il Premio '96



Luigi Barzini


Così divenni giornalista.

Io ero diventato giornalista per caso e in modo strano e inaspettato. E' vero però che il caso, con la onnipotente benevolenza di un Genio delle Mille e una Notte, aveva realizzato un mio sogno. Fin dalla infanzia la professione di giornalista mi era apparsa la più invidiabile del mondo (per colpa di voraci letture di libri di viaggi e di avventure nei quali incontravo spesso eroici giornalisti che galoppavano attraverso venti o trenta pagine, schiantando un paio di cavalli o di cammelli, per raggiungere un remoto ufficio telegrafico e lanciare qualche inaudita notizia, o percorrevano sconfinate e inestricabili foreste vergini alla ricerca di un esploratore scomparso, per salutarlo con laconica cortesia quando lo trovavano: «Mr. Livingstone, I presume?».
Il tempo non aveva dissipato le mie fanciullesche aspirazioni, e dalla quiete del mio paese nativo -Orvieto, la più nobile Città del Silenzio- avevo tentato di segnalare la mia vocazione inviando ai giornali qualche saggio, con l'ansiosa speranza di chi, sperduto nella solitudine, lanci piccioni viaggiatori per chiedere aiuto. Ma i miei piccioni finivano tutti nel cestino.
Finalmente, persuaso come Maometto che per incontrarsi con la montagna è più pratico andare da lei piuttosto che aspettar che essa venga a trovarvi, adunai tutte le mie risorse liquide consistenti in circa un centinaio di lire, compresso il mio guardaroba in una vecchia valigia, partii per Roma.
Questo avveniva nel novembre del 1898.
Verso Natale il livello dei miei ideali era molto sceso. Avrei accettato qualsiasi modesta posizione che mi desse da vivere. Ma apparentemente Roma in quel momento non aveva bisogno di me. Non vi erano disponibili che posti da cameriere, da manovale, da lucidatore di mobili, tutte professioni per le quali mi mancava una adeguata preparazione. Ed ecco che una piovosa mattina dei primi di gennaio del 1899, sul Corso m'imbattei in Ettore Marroni ("Bergeret" per i lettori) col quale avevo vissuto in intima amicizia al tempo così detto degli studi, a Perugia, e che non vedevo più da quell'epoca.
Da studenti, tutti e due aspiravamo a diventare giornalisti (una volta, per una festa goliardica, stilammo insieme un numero unico intitolato Sgorbi e Sgarbi nel quale io, come caraturista, misi gli sgorbi e lui gli sgarbi). Ma Marroni trovò presto la sua strada. Quando lo incontrai a Roma, egli era da alcuni mesi capo-redattore del Fanfulla. Dopo l'effusione dei saluti mi chiese che cosa facessi.
«Niente», risposi, «passeggio».
«Sì, lo vedo. Ma quando non passeggi?».
«Dormo. Leggo».
«Hai soldi, allora?».
«Naturalmente! Ho quasi cinque lire».
«Senti», egli mi consigliò, «tu dovresti scrivere qualche articolo. lo non potrei fartelo passare al Fanfulla perché sono in urto col direttore e basterebbe la mia raccomandazione per rovinarti. Ma troverei il modo di far arrivare alla sua attenzione i tuoi articoli senza che egli sospetti che sono tuo amico».
Così avvenne che un mio articolo pupazzettato comparve due giorni dopo sulla prima pagina del Fanfulla. Avevo allora una mano abbastanza disinvolta nel disegno e nella caricatura: esordii come umorista.
L'articolo mi fruttò venticinque lire.
L'improvviso possesso di quella ricchezza suscitò in me ambiziose energie. Quarantotto ore dopo il Fanfulla stampava un mio secondo articolo costellato di pupazzetti. Questa volta con le venticinque lire ricevetti l'invito a presentarmi in casa del direttore del Fanfulla il mattino dopo.
Direttore e proprietario del Fanfulla era un certo Facelli, un ometto colto e cordiale, che aveva delle ambizioni politiche, un viso tondo, roseo e sorridente da biondo slavato, due tenui baffetti grigi e delle ciglia invisibili. Ricchissimo, abitava un palazzo suo, in Via Nazionale, e mi ricevette in un salone dall'aria cardinalizia, rosso e oro.
Si stupì della mia apparenza immatura. Sembravo un ragazzo, benchè non lo fossi più da un pezzo.
Ero proprio io l'autore di quei due articoli?
Volle sapere Facelli. Rassicurato mi chiese, come Marroni, che cosa facessi e, informato della mia perfetta disponibilità, mi fece di punto in bianco la proposta vertiginosa: «Vorrebbe entrare nella redazione del Fanfulla?
Il cuore mi balzò. Mi parve che si spalancasse davanti a me la porta maestra della fortuna. Risposi con il "si" commosso di uno sposo innamorato all'altare. Il mio entusiasmo non fu mitigato dal sapere che ero assunto in prova e che il mio stipendio sarebbe stato di cento lire al mese. Emerso dal salone rosso e oro mi sentivo milionario, e scendendo verso Piazza Venezia contemplavo i palazzi con l'occhio critico del compratore che sta facendo la scelta.
Così divenni giornalista.
(Luigi Barzini, Vita vagabonda)



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